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“Un po’ tutti noi ci siamo chiesti almeno una volta nella vita se il Siciliano fosse una lingua o un dialetto.

Per fortuna ci ha risposto l’UNESCO, che ha riconosciuto il Siciliano come vera e propria lingua, vista come l’insieme di innumerevoli dialetti parlati in tutta l’isola e isole minori, spesso molto diverse tra loro anche se i paesi sono poco distanti.

A tal proposito, oltre 700 anni fa ci pensò Dante Alighieri nel suo De vulgari eloquentia a menzionare il Siciliano come lingua dalle grandi ricchezze lessicali e antica tradizione letteraria.

Cita Federico II che nel 1230 radunò i maggiori poeti e scrittori per dare vita alla scuola Siciliana.

Quando ancora la lingua Italiana non esisteva.

Fin dalla tenera età però, l’ho sempre considerata come dialetto.

Una sempliciotta e provinciale derivazione della lingua Italiana, scritta e parlata su tutti i canali di comunicazione nazionale.

Ricordo che quando andavo a scuola, i maestri ci dissuadevano dal parlare il Siciliano e di usare l’Italiano per parlare correttamente.

Come se la lingua locale fosse qualcosa da limitare, da usare solo in casi informali e familiari.

Col tempo lasciai che l’istruzione universitaria facesse il suo corso, tralasciando termini antichi e poco utilizzati per studiare in lingua Italiana a scopo professionale, legale ed economico.

Fu però in un momento all’estero che rimasi sconvolto di scoprire il fantasma di quel dialetto Siciliano abbandonato.

Ero in programma Erasmus a Valencia (Spagna), dove alloggiavo a casa di una signora molto istruita che mi insegnò la lingua spagnola e le differenze col Catalano, lingua parlata nella regione con capitale Barcellona.

Fu li che parole spagnole e catalane mi suonarono molto familiari, che con la loro struttura e pronuncia somigliavano tantissimo al mio “dialetto”.

Tra i miei colleghi Siciliani in Spagna ci confidavamo scherzando che gli spagnoli capivano di più se gli parlavamo in dialetto piuttosto che in Italiano!

Da li indagai un po’ di più per via dei miei studi in Comunicazione e Marketing.

Scoprii che quando noi Siciliani dicevamo “travagghiari”, loro dicevano “Trabajar” per dire lavoro.

Quando stavamo per cadere noi dicevamo “abbuccari” e loro “abocar”.

E ancora, quando gli spagnoli indicavano il pistacchio lo chiamavano “festuc” e noi “fastuchi”!

Ma non finisce qui, perché queste somiglianze valgono soprattutto per la lingua Francese.

Come il termine “mouchoir”, che sarebbe il fazzoletto che noi chiamiamo “muccaturi”, oppure quando menzionano un macellaio lo chiamano “boucher”, e noi “bucceri”.

Questo termina mi fa ricordare i miei tempi in Vucciria a Palermo.

Perché il quartiere Vucciria non deriva come si è soliti pensare da “Voci Alte” ma da un luogo in cui i francesi durante la loro dominazione a Palermo, misero a trattare e negoziare le carni!

Se andiamo a guardare altrove scopriremo che “Katu” è secchio in Italiano ma “Kados” in greco, cosi come “picciriddi” e “cirasa” deriva dal greco.

Perfino l’arabo ci ha trasmesso un sacco di parole quasi 1000 anni fa come “Balata” che sarebbe la pietra dal termine “Balat”, o “Dammusu” da “Dammus” che significa soffitto!

Potrei continuare all’infinito perché perfino ingredienti e piatti tipici Siciliani portano il nome derivante dai popoli che hanno messo piede su quest’isola.

Forse perché ce li hanno fatti scoprire loro.

Dopo tutte queste riflessioni mi chiedo come possiamo osare a pensare che il Siciliano sia ridotto a dialetti nei nostri pensieri.

Come si possa degradare a una forma più bassa dell’Italiano se esisteva molto prima rispetto ad esso.

Senza voler menzionare poi i grandi poeti che si annoverano nella nostra storia letteraria: da Giovanni Meli a Pirandello, Verga e Capuana fino ad Andrea Camilleri.

E poi c’è mio zio Mario Gori, che da Niscemi amava scrivere in Endecasillabo proprio come Dante nella Divina Commedia.

Per questi motivi ho deciso di supportare la causa con un concreto contributo.

Fu da quelle ricerche che incontrai un’associazione culturale che si chiama Cademia Siciliana.

Con loro ho voluto fare un patto.

Un accordo dove la mia azienda si impegna a promuovere la lingua Siciliana durante l’attività d’impresa.

Comunicando di volta in volta parole, modi di dire e curiosità di una lingua da proteggere e tramandare. Proprio come hanno fatto i nostri nonni.

La tecnologia purtroppo o per fortuna, ci ha fatto avvicinare all’inglese, dimenticando che noi Siciliani abbiamo la fortuna di nascere bilingue.

Non abbiamo bisogno di imparare lingue anglosassoni per essere bilingue.

Noi nasciamo già con un dizionario molto più ricco rispetto alle altre regioni.

Ed è nostro compito tutelare questo “vantaggio”.

La Cademia Siciliana si prefissa proprio questo obiettivo.

Non sono un linguista come i componenti della loro squadra.

Confrontandomi con loro però, ho scoperto che non serve esserlo perché una lingua è di proprietà di tutti coloro che intendono parlarla.

È grazie a loro se riscopro termini che non pensavo esistessero.

Per questo invito tutte le altre imprese, associazioni, e persone ad avvicinarsi alla lingua Siciliana.

Sentirci Siciliani e riscoprire i termini della nostra antica lingua è di duplice vantaggio.


Il primo arricchisce il nostro cervello, il secondo la nostra anima.

Ma la cosa più importante è che imparare veramente il Siciliano è un grande atto di Identità.”

“Un populu Mittitilu a catina, spughiatilu, attuppatici a vucca, è ancora libiru.

Livatici u travagghiu, u passaportu, a tavula unni mancia, u lettu unni dormi, è ancora riccu.

Un populu diventa poviru e servu, quannu ci arrubbanu a lingua addutata di patri:

è persu pi sempri.